LA STORIA DI SAN GREGORIO AL CELIO.
  
  
DESCRIZIONE DELLA CHIESA

La pseudo-facciata, il quadriportico e la sistemazione definitiva della scalinata furono commissionate dal cardinale Scipione Borghese all’architetto  Giovan Battista Soria e, la facciata in particolare, è ritenuta la sua opera migliore. Per realizzare facciata e portico si dovette demolire il palazzo degli Abbati commendatari ed adattare le nuove opere allo spazio disponibile ed al portico  preesistente (ultimato dai monaci nel 1577) antistante la vera facciata della chiesa. La scalinata, già fatta sistemare dal cardinal Salviati, fu estesa per tutta la larghezza della facciata rendendola così una delle più solenni ed imponenti di Roma. La facciata, realizzata in travertino, si compone di due ordini, ciascuno tripartito ed accentuato dal corpo centrale, delimitato da pilastri binati; in basso tre arcate chiuse da pesanti cancelli (rubati dai Francesi e riapposti  nel successivo restauro). Tre grandi finestre con balaustri e timpani in forte aggetto al di sopra della fascia con l’iscrizione dedicatoria: SCIPIO EPISC. SABIN. CARD. BURGHESIUS M. POENITENT A. D. MDCXXXIII. Il portico severo, realizzato con paraste ioniche e corinzie, fu completato quasi un anno più tardi a causa della morte del committente, a cura e spese dei monaci che lo fecero adornare con lunette ad affresco con  Storie della vita dei SS. Gregorio e Romualdo. Queste sono da ritenersi successive al 1642 e di modesta qualità di anonimo pittore. Il nuovo portico nella porzione antistante la facciata della chiesa fu abbellito con colonne binate -sicuramente di spoglio- in marmo cipollino, ed era ornato di affreschi raffiguranti santi camaldolesi. Qualche traccia di essi –due lunette-  rinvenuta sulla facciata interna all’ingresso del monastero, è riconducibile allo stile del Pomarancio.

I MONUMENTI FUNEBRI

Alle pareti del portico sono addossati numerosi monumenti funebri trasferiti qui, nell’ambito dei restauri settecenteschi (1725), dall’interno della chiesa.
Alcuni di essi hanno subito danneggiamenti vandalici e furti.
Tra i più notevoli per pregio artistico, a destra dell’ingresso della chiesa: Monumento funebre dei fratelli Michele ed Antonio Bonsi, opera dello scultore milanese Luigi Capponi, originariamente situate nella cappella di famiglia. Alla base del monumento l’emblema della famiglia fiorentina dei Bonsi, poi i ritratti dei due fratelli in nicchie tonde, il sarcofago a base della parte superiore scandita in 3 riquadri con al centro La Vergine col bambino denedicente ed ai lati 2 angeli adoranti. Al culmine sovrasta il Giglio di Firenze al centro di una grande conchiglia. Tuta la composizione è  arricchita di elementi decorative scolpiti con grande maestria. Anni 1498-1500.( Nella Cappella di S. Gregorio il paliotto dell’altare, con lo stemma della medesima famiglia Bonsi, sembra opera dello stesso artista.
Di fronte, in corrispondenza: Monumento funebre di Imperia (1511), bella cortigiana amata da Agostino Chigi morta suicida proprio negli anni in cui il banchiere si faceva costruire la villa alla Lungara (oggi chiamata la Farnesina). Nonostante fosse una pubblica peccatrice, fosse una suicida, il senese era riuscito a farle avere i sacramenti e la sepoltura in chiesa. Nel 1643 alcuni cardinali ebbero il permesso di riutilizzare quello scomodo monumento facendovi apporre la lastra marmorea del canonico Lelio Guidiccioni. Il monumento che si può accostare a quello Bonsi che gli sta di fronte rivela  grande abilità dell’artista e profonda conoscenza della scultura classica di cui egli riproduce elementi decorativi, tralasciando i simboli più tradizionali dell’arte funeraria cristiana. Anzi in tutto il monumento non c’è alcun cenno evidente alla morte ma un senso di serenità e di quiete si irraggia dal volto della vergine e del bambino. L’attribuzione più probabile per somiglianza di stile va, secondo gli studiosi, a Gian Cristoforo Romano (v. Cappella Costa in S. M. del Popolo a Roma)
  

Gregorio, della nobile famiglia dei Petroni Anici, dopo aver raggiunto la più alta carica civile in Roma di Praefectus Urbis, intorno al 575 lasciò la carica e si fece monaco a seguito di una conversione sofferta e meditata. Iniziò allora la trasformazione della casa paterna in cenobio.  L’opera richiese tempo e notevoli modificazioni alla domus patricia. Nacque prima il monastero, per ospitarvi i primi monaci che si raccoglievano attorno a Gregorio e che utilizzavano il preesistente Oratorio di S, Andrea per i momenti di preghiera anche notturni, contemplati dalle regole ispirate molto probabilmente alla Regola di S. Benedetto (considerato che Gregorio fu il primo biografo di S. Benedetto). Da questo monastero, nell’ambito di un grande progetto di evangelizzazione dell’Europa, Gregorio inviò Agostino (S. Agostino di Canterbury) con un manipolo di una quarantina di monaci presso i Britanni, alla corte del re del Kent.  La chiesa, che sembra sia stata costruita dopo la sua elezione al soglio pontificio (590), fu consacrata solennemente nel 595 e intitolata a S. Andrea. In essa quattro altari: il maggiore ospitava la sacra reliquia del braccio del santo, ricevuto in dono durante il suo periodo di legato papale a Costantinopoli. Tale dedicazione risulta fino ai primi documenti medievali, quando, dopo il 1000, appare dedicata a S. Gregorio Magno in Clivo Scauri. Ma solo nel 1300 (papa Bonifacio VIII) vi fu dedicato un altare a S. Gregorio Magno. Il termine in Clivo Scauri è dovuto al fatto che l’antico Oratorio di S, Andrea aveva la fronte  lungo la principale strada di accesso, che corre, ancora oggi con lo stesso nome, sull'antica pendenza (clivus in latino) dell’avvallamento tra il Palatino e il Celio. La chiesa diveniva la Domus orationis assai più facilmente raggiungibile dai dormitori ubicati sulla sua destra per la preghiera comunitaria die noctuque. Una fonte cinquecentesca ipotizza che l’area dove S. Gregorio fece costruire la chiesa fosse l’atrio della sua villa romana di cui furono riutilizzate le colonne. Il perimetro originario, nonostante i diversi restauri nel corso di oltre un millennio deve essere rimasto pressoché invariato.  Anche il monastero, nonostante trasformazioni ed ampliamenti subiti nel tempo, è ancora quello a destra della chiesa, anticamente a 2 piani con un chiostro al centro: il refettorio ed il chiostro interno con la cisterna centrale, sono ancora negli stessi luoghi, seppure trasformati dai vari restauri. L’abbazia fu data in commenda nei primi decenni del XV secolo e tale istituzione si rivelò alla lunga deleteria anche per il monastero fino a che nel 1573, lo stato miserevole in cui era stata ridotta ( soprattutto ad opera della famiglia dei Conti di Segni che si tramandarono il privilegio quasi ininterrottamente), spinse il papa Gregorio XIII ad affidarla all’Ordine Camaldolese che tutt’ora vi risiede.

  
Presso l’Oratorio di S. Andrea c’era e c’è ancora un triclinium (ambiente tipico delle case patrizie romane) nel quale, secondo la tradizione S. Gregorio era solito invitare alla sua mensa 12 poveri. Per cui in seguito fu chiamato triclinium pauperum. Qui vicino si trovava l’antico fons mirabilis immo saluberrimus, dove secondo S. Pier Damiani, il santo soleva dissetarsi (oggi è nel giardino delle Suore di Madre Teresa di Calcutta). Altro ambiente originario del VI secolo ed ancora oggi esistente (in fondo alla navata destra della chiesa) è il cosiddetto “lettuccio di S. Gregorio”, un piccolo ambiente dove egli era solito riposare disteso su una pietra. Un dipinto secentesco lo mostra in questa giacitura in abiti pontificali. L’ambiente, a seguito dei restauri settecenteschi fu trasformato in un’elegante celletta ed il giaciglio, quale preziosa reliquia, fu reso inaccessibile da una grata.
La  chiesa e il monastero subirono un primo restauro a fundamentis e la riconsacrazione  su iniziativa del papa Pasquale II per riparare i danni apportati dal sacco di Roma  operato dalle soldatesche di Roberto il Guiscardo nel 1084.
I Camaldolesi iniziarono subito urgentissimi lavori di restauro e recupero dell’intero complesso dopo decenni di totale abbandono (l’ultimo restauro era stato dovuto all’iniziativa di un abbate e alla munificenza di papa Sisto IV negli anni 1475-80) e continue spoliazioni. A cominciare dal portico antistante la chiesa (quale oggi si vede, terminato nel 1577); il coro, di cui la chiesa era sprovvista (1577), una nuova sacrestia (1580 ca.) la cui parete di fondo fu ornata da una tela del senese Francesco Vanni raffigurante S. Michele Arcangelo nell’atto di scacciare il demonio (1579-80) nel programma di una nuova attenzione per la devozione dei defunti, seguendo una tradizione che risaliva allo stesso S. Gregorio. Oltre a questi importanti restauri i documenti dei monaci camaldolesi riportano anche note degli acquisti di preziosi paramenti, suppellettili, vasi ed altri arredi sacri presso i più importanti fornitori romani, (oggetti che subirono poi danneggiamenti e spoliazioni ad opera dei Francesi di Bonaparte)  
 Nel 1593 il papa Clemente VIII elesse nuovamente un nuovo abbate commendatario nella persona del  cardinale Antonio Maria Salviati che apportò diverse modifiche all’insieme del complesso quali la costruzione della Cappella Salviati e l’ampliamento della piazza antistante e della scalinata. Il suo successore, il grande studioso cardinale Cesare Baronio, provvide innanzitutto al restauro  del Triclinium e dell’Oratorio di S. Andrea ed alla costruzione ex novo di un oratorio dedicato a S. Silvia (madre di Gregorio). Fece eseguire grandi interventi anche nella chiesa, come ad esempio il rifacimento in marmo degli altari e del pavimento del presbiterio. Tutto documentato, anche con cenni critici, dalle Cronache dei PP. Camaldolesi. Vennero distrutte anche le vestigia dell’altare preesistente, l’altare di S, Gregorio.  Nel 1607 il cardinale Scipione Borghese, succeduto al Baronio, provvide alla decorazione dei tre Oratori ed al rifacimento della facciata della chiesa.